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Aldo Policek : Masiere

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Masiere

Fina indove che l’ocio pol guardar
xe masiere. De monte fina in mar.

Masiere drite, come s’ciopetadeDSC01702
masiere come bisse, un fia’ imberlade
masiere dopie e ugnule, masiere:
una maledizion fata de piere,
de  miliardi de piere grige e bianche
su par le gobe, so par le calanche.

Masiere alte come monumenti,
masiere che resiste a tuti i venti,
masiere in fila come in procission:
una bestemia una benedizion?

Masiere longhe come filastroche
piene de busi, come tante boche
che ga sede e che aspeta un fia’ de piova.

Scorcio dal muro "ugnolo"

Qualcheduna de spini incoronada
e qualche altra mesa dirocada,
tante masiere e par sempre l’istessa
solo ogni tanto un petene: una lessa!

E po’ ancora masiere e ancora e ancora
che no le buta so nissuna bora
nè garbin nè siroco o levantera:
xe tuto uno tuto una masiera.
Mièri de masiere e po’ altre zento
come la storia de quel sior Intento
che si volè che tutave la digo
vedarè che mi mai no se distrigo.

Masiere par el drito e par roverso,img_1511
masiere: vu se ‘l simbolo de Cherso!

Giugno 1846: Tomaso Luciani visita Cherso

Il Prof. Emeritus Juraj Sepčic ci ha gentilmente inviato un estratto della rivista L’Istria, N.35., Anno1 che riguarda alcune osservazioni fatte dall’istriano Tomaso Luciani durante la sua visita a Cherso nel giugno del 1846. L’interesse del professore chersino per le masiere di Cherso ci induce naturalmente  a pubblicare l’inserto della rivista e ad aggiungere alcune riflessioni.

Non capita molto spesso di veder nominata Cherso in circostanze letterarie ed ancor più di rado menzionate le opere che gli agricoltori chersini hanno realizzato nel dover trasformare il loro ambiente naturale. Mi riferisco all’infinità dei muri a secco costruiti per permettere le piantagioni di olveti e vigneti.

Di solito Cherso viene nominata per le sue bellezze naturali, per il suo passato storico legato alla Serenissima, per alcuni personaggi illustri, per le origini di un flosofo e per quelle di molti sacerdoti e vescovi ma mai per ciò che una gran parte della popolazione chersina ha creato.

I monumenti che spesso ammiriamo nelle città o in luoghi da tempo abbandonati sono testimonianze di periodi di ricchezza ed eretti a gloria di individui prominenti siano essi principi, monarchi o industriali oppure a dimostrazione di una supremazia religiosa. Il monumento eretto dagli agricoltori chersini non è niente di tutto questo o è tutto questo ma con contrapposte caratteristiche: non è stato costruito dopo raggiunta ricchezza ma è ricchezza in se e per di più collettiva, non è luogo di preghiera ma santuario del lavoro e sacrificio. Gli agricoltori chersini hanno elevato un monumento a se stessi simbolo di un accumulato lavoro comune.

Hanno creato una monumentalità originale, unica anche nelle sue dimensioni e rapporti con lo spazio circostante occupando lo spazio stesso orizzontalmente invece che verticalmente come di solito accade. Si potrebbe definirla una monumentalità democratica conseguita da individui incalliti in una ostinata fatica.

Un patriotta istriano, esattamente di Albona, Tomaso Luciani così  si esprime dopo una breve visita a Cherso in data 13 giugno 1846:

…. e visitai in brevissimi giorni Cherso… vidi e osservai quanto basta per rimanere persuaso che l’isola di Cherso è per molti rapporti meritevole di essere veduta e studiata….

….. fui contento perciò d’ammirare con istupore misto di compiacenza e di malinconia le ripide e pietrose costiere che da tre lati circondano la città di Cherso, tutte dall’imo al sommo coperte d’oliveti, di vigneti, di ficaie,d’ortaglie; con istupore dissi misto di malinconia pensando ai copiosi e caldi sudori che saranno piovuti dalle fronti di questi laboriosi isolani, prima che abbiano condotto a termine gl’innumerevoli muricciuoli in mille labirintiche guise intrecciantesi a segnal di confine, e più spesso a sostegno della poca terra vegetale che dà alimento alle piante.

Oh! Gente troppo degna di una sorte migliore…. Sorga deh! Sorga presto e rifulga anche sul tuo basso orizzonte il nuovo sole delle scienze applicate alle arti, onde i figli tuoi possono procacciarsi un sufficiente sostentamento, al quale ogni mortale ha diritto, con meno stenti e sudori e pericoli…. Cherso…isola abitata dagli Dei….

Che dire! Tomaso Luciani come Alberto Fortis si esprimono inequivocabilmente alla stessa maniera che potrebbe riassumersi con le parole del poeta dialettale chersino Aldo Policek in “Masiere” …..”vu se ‘l simbolo de Cherso!”

Tarcisio Bommarco

 

L’Informatica di Pietra

Ἥφαιστος, Ἲδης λαμπρὸν ἐκπέμπων σέλας, φρυκτὸς δὲ φρυκτὸν δεῦρ` ἀπ` ἀγγάρου πυρὸςἔπεμπεν

Efesto, mandando dall’Ida una fiamma luminosa,
un segnale inviava ad altro segnale, grazie al fuoco messaggero.

              Eschilo, Agamennone, vv. 281-283

Dal Castelliere sul Monte Sis

Dal Castelliere sul Monte Sis

Nella preistoria, lungo la Via dell’Ambra, le Isole Liburniche furono centro di scambio fra i fossili della resina arborea, provenienti dalle coste del Baltico, e i prodotti della materia prima, lavorati nelle città dell’Egeo e dell’Egitto. L’ ambra, ἤλεκτρον, per la proprietà di scintillare se sfregata, diede nome all’elettricità. Se ne ricavavano per lo più ornamenti del corpo femminile, usati poi come strumenti rituali per la penetrazione del Culto del Sole dal Mediterraneo al nord dell’Europa. In una catena di depositi sotterranei in muratura, sorta di cisterne, si conservava il minerale, le pezzature più grosse sul fondo, per prevenirne il furto. L’arcipelago del Quarnero era propizio al mercato, perché i naviganti non osavano avventurarsi nelle terre lontane e i carovanieri temevano il mare al largo.

Cherso e Lussino, centro degli scambi, la borsa valori di allora, abbisognava di informazioni precise e tempestive. Queste informazioni venivano trasmesse, di giorno con segnali di fumo, di notte con il fuoco dei falò, dai castellieri sulle cime dei colli e sulle vette dei monti, in vista l’uno dell’altro a formare una rete di ricetrasmittenti che avvolgeva le sponde del mare e i territori dove c’erano le città più importanti

Lo sappiamo, fra l’altro, dalla tragedia Agamennone di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 458 a.C. Le vicende hanno inizio quando la notizia della caduta di Troia giunge ad Argo, portata dalla luce, della quale si dice che nulla è più veloce del suo raggio luminoso, ed è un’intuizione che precorre Einstein. La regina Clitemestra descrive minuziosamente il percorso e riferisce che, in ogni punto di segnalazione, brevissimo è stato l’intervallo di tempo trascorso fra l’avvistamento del fuoco e l’accensione di una nuova fiamma. In riassunto, quel lungo itinerario parte dal monte Ida, presso Troia, punta sull’isola di Lemno, supera la Beozia e l’Attica, scavalca l’istmo di Corinto e accende un’ultima fiaccola sul picco Aracnèo, donde quel bagliore è scorto da una guardia della reggia di Argo,  addetta al servizio che, per disposizione di Clitemestra, da dieci anni ininterrottamente vigila in attesa della fine della guerra di Troia, condotta dal marito suo, Agamennone.

E’ da supporre che gli addetti di ciascuno snodo, ricevuto un messaggio, potessero dirottarlo su una o su un’altra direzione, in rispondenza  alla prevedibile curiosità che il contenuto della singola segnalazione avrebbe suscitato fra i destinatari. L’insieme presenta quindi una notevole analogia con la rete internet: le rocche in pietra sui cocuzzoli sono hard, il fuoco è soft.

L’affinità fra l’antico e il moderno è garantita dall’uso dei simboli. Heidegger maturò questa convinzione ammirando il paesaggio di cui trattiamo e ne scrisse nel diario del suo “Viaggio in Grecia”. La prima pietra, fondamento di una masiera, e altresì l’ultima pietra in vetta a un culmime, è il Κóσϻοϛ, replicato altresì nel gioiello in ambra, ornamento che in sè racchiude l’universo e lo disciplina e organizza. Heidegger cita Eraclito: “Vi è un gioco alterno tra misura e assenza di misura, scambiarsi reciproco delle cose con il fuoco e del fuoco con le cose, simile allo scambio dell’oro con le merci e delle merci con l’oro”. Heidegger ritiene che lo scambio è il motore specifico ed esclusivo di tutto ciò che i greci crearono e che il fuoco è il fulcro di ogni comunicazione: “Nello scambio fra l’Oriente e l’Occidente, l’Asiatico portò tra i Greci un oscuro fuoco, ed essi, con la loro poesia e il loro pensiero, ne composero la natura fiammeggiante, disponendola in una forma dotata di chiarezza e di misura”.

Se noi pensiamo che nelle opere dell’uomo vi siano caratteristiche permanenti, quanto al collegare fra loro le intuizioni logiche e l’ingegnosità manuale, il reticolo delle murature a secco di Cherso potrebbe essere interpretato dagli archeologi come un primo esempio di coerenza progettuale fra città e territorio, matrice archetipica che presiede a tutte le evoluzioni posteriori, nel dispiegarsi dell’antropizzazione

Vi fu un enorme dispiegamento di forza lavoro, protratto per molte generazioni, da parte di una moltitudine di uomini incredibilmente fedeli al progetto originario, e nulla andò sprecato. Ne è prova la pluralità degli usi dello stesso manufatto. Le torri di segnalazione erano nel contempo fari per orientare la navigazione e abitazioni nei castellieri fortificati, difesi da una triplice cinta di possenti murature. Altrettanto dicasi degli appezzamenti spietrati, attaccati l’uno all’altro, senza che vada perso un palmo di terreno. La partizione asseconda  orografia e pedologia e segue i confini delle proprietà private, entro ampiezze proporzionate alla destinazione d’uso: orticoltura, vigneto, oliveto, cereali per quanto in piccola quantità, prato, bosco.

 Lessa (Cancello di ginepro)

Lessa (Cancello di ginepro)

Gli accessi sono protetti da una staccionata in ginepro a passo d’uomo, mentre più ampio cancello immette ai siti dell’allevamento domestico, attrezzati con rifugi per gli uomini e gli animali, e collegati con i tratturi larghi e quasi rettilinei. Altri spazi sono destinati all’allevamento brado, dotato di casite. Muretti bassi segnano le divisioni interne, ma murature ad altezza d’uomo fiancheggiano su entrambi i lati le stradine, insinuate fra i campicelli secondo il disegno che si deve alla mente d’un sapiente geometra. il quale, per l’armonia alla vista e il buon ritmo del passo, sembra si sia attenuto alla stessa derivata nel conformare il tracciato delle curve, lungo un itinerario che, al riparo dei venti, sale lentamente, ad andamento planimetrico ondeggiante, sulle linee di livello, fra speroni e vallicole.

Il reticolo delle masiere copre l’intera Isola di Cherso, lunga oltre 60 km, con maglie di diversa grandezza, in rispondenza all’intensità dell’intervento umano. Come si è detto, la medesima parcella può accogliere funzioni diverse, e murature interne allo stesso appezzamento consentono la spartizione di quell’area a più usi e altresì l’estensione o la riduzione di un determinato uso, a seconda delle stagioni e dell’andamento climatico ed economico. Al sistema funzionale si sovrappone una seconda trama che delimita le proprietà.

Di questa sterminata opera costruttiva restano soltanto parti. Altrove i sassi sono franati al suolo, dando così al paesaggio l’aspetto di un gigantesco parco archeologico. Ed è proprio all’archeologo che spetterebbe il compito di individuare le funzioni originarie. La sua ricerca può essere paragonata al giochetto del mosaico misterioso nei settimanali di enigmistica. L’intrico delle linee sembra privo di senso. Ma partendo da una porzione, della quale è evidente il significato, si possono annerire figure complete, talvolta sovrapposte.

Oliveto a Ponta Grassa

Oliveto a Ponta Grassa

Il reticolo delle masiere è uguale al mosaico misterioso, ma l’invenzione procede nel senso opposto, dall’orticello di casa alla partizione di tutta l’isola. Ripercorrendo codesta processualità, si capisce che cos’è la razionalità storica. Molti ritengono che la razionalità è il collegamento di parti note secondo uno schema di funzionamento meccanico dell’insieme. Nulla di più falso. L’esperienza autentica dell’uomo antico, e altresì dell’infante d’oggi, parte dal duro scontro contro la natura ostile, nello sforzo di assicurarsi la sopravvivenza. Così facendo l’uomo, il primo animale consapevole, ingloba nel proprio passato  accadimenti casuali, fatiche sue inutili, battaglie condotte per ragioni di puro prestigio e la memoria del tutto è la memoria specifica e irripetibile di ogni popolo e, in qualche misura, di ogni individuo, a formare così la razionalità della storia.

Nel caso di Cherso, l’esperienza collettiva dei pastori e dei contadini è radicata al territorio, all’alchimia, per dirla con D’Annunzio, dell’ “isola di sasso che l’ulivo fa d’argento”, ma l’esperienza ulisside dei suoi navigatori verifica il permanere della propria identità, in fuga dalla piccola patria. Ognuno dei primi, usi all’infinita pazienza ripetitiva, porta un masso squadrato, ogni volta che sale sulla montagna, per alzare alla speranza dell’eterno il ben costruito santuario della Madonna di San Salvador. I secondi –  anche qui hard insieme a soft – consegnano all’ingenuità dell’ex voto nella chiesetta l’istante in cui vita e morte hanno giocato ai dadi sulla barca impazzita nell’uragano.

Il rigore razionale assegna in premio agli uomini la bellezza più autentica. ed è la radice classica della nostra civiltà. C’è al riguardo la testimonianza di scrittori provenienti dal nord che hanno avvertito a Cherso, più che in Grecia, l’aria e la luce dei poemi omerici e della tragedia antica. Se è ancora permesso sognare. immagino la cavea di un teatro greco, scavata in vista del mare sull’alto crinale della montagna nei pressi del Lago di Vrana.

Ma sarebbe sufficiente, a migliorare la nostra sorte, la consapevolezza di come avvenga la nascita o la rinascita di una civiltà. Sempre, in tutte le terre e in tutte le culture, le imprese originarie hanno una grandiosità che stupisce e che a noi, cittadini della miniaturizzazione, appare come un segno d’incoraggiamento a se stessi, tale che soltanto il primitivo eroismo nell’epica lotta contro le avversità della natura poteva esprimere.

Particolarmente ciò è evidente a Cherso-Lussino, stretta e lunga striscia sassosa, in mezzo a un mare facile alle tempeste. Penso non vi siano molti esempi sulla terra di un’opera pari a questa per dimensione ed estensione delle costruzioni. Nella società della propaganda, che spesso esalta con false celebrazioni fatti e misfatti guerreschi, che sarebbero da dimenticare, noi dovremmo custodire e onorare questa solenne e spontanea monumentazione della propria volontà di sopravvivenza, identità morale di una popolazione pacifica.

 

 

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