Il paesaggio storico e culturale dell’isola di Cherso

                             Dalla preistoria al XIX secolo

Time present and time past                              Presente e passato

Are both perhaps present in timefuture        sono entrambi forse presenti nel tempo futuro

And time future contained in timepast         e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato

 

“Burnt Norton”   T.S. Eliot

 

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Paesaggio pastorale al centro dell’isola Foto O.Markovic

Geograficamente Cherso occupa una posizione strategica nell’area dell’alto Adriatico al centro di importanti vie di comunicazione e flussi culturali nelle direttrici Nord-Sud ed Est-Ovest. L’isola fa parte integrante del contesto culturale, climatico, ambientale, storico ed economico del Mediterraneo. Gli usi contadini, le stagioni, le temperature i cicli di coltura della nostra isola possono essere rilevati in Grecia, Sicilia, Provenza, Catalogna. I metodi di coltivazione e le relazioni e proporzioni fra le terre coltivate a vite, olivi e pascoli non è che cambiassero di molto nelle diverse zone del Mediterraneo, ma quando ciò accadeva era dovuto principalmente a faktori esterni. Quests accadde a Cherso durante i domini Bizantini, Ungheresi, Veneziani ed altri, verificandosi con le stesse caratteristiche nel Portogallo, Andalusia e Castiglia (Braudel).  Cherso possiede, come d’altra parte altre innumerevoli isole del Mediterraneo, una propria specificità; racchiude all’interno del suo perimetro costiero un particolare ambiente naturale ed umano che nel corso della sua storia ha vissuto un forte conflitto fra progresso e stagnazione. A parte le sue bellezze paesaggistiche, i profumi naturali che ispirano chi la visita, l’isola non è stata in tempi passati oggetto di ambito possesso,  per il suo fascino, ma per la ricchezza dei suoi boschi la quantità e qualità delle carni, dei formaggi, del vino e dell’olio che vi si produceva. Nonostante questa rigogliosità naturale e considerevole base economica gli abitanti di Cherso hanno sempre dovuto combattere contro una continua scarsità intercalata da periodi di miseria e vera e propria fame. Nel contesto mediterraneo, e nell’ambito del contrasto tra una natura carsica, calcarea, sassosa ed allo stesso tempo seducente e florida, si è sviluppato un genere particolare di cultura umana che in maniera inequivocabile si riproduce nel paesaggio dell’isola. Il paesaggio storico culturale nel suo insieme racchiude in sé connotati storici, sociali ed economici che si possono leggere: nelle forme architettoniche, negli usi del materiale calcareo, nelle soluzioni morfologiche del lavoro umano formando il senso della storia. Dagli insediamenti preistorici dei castellieri al periodo della pastorizia fino all’enorme sterramento del suolo che ha consentito un’agricoltura, si sono avvicendate migrazioni, diversità di domini e civilizzazioni con influenze orientali e profonde religiosità. Nell’intercorso di queste vicende si viene formando una cultura isolana che a causa della sua stessa natura geografica mantiene per lungo tempo intatti costumi, forme di vita e lingue.

Un primo elemento nella successione storica del paesaggio è costituito dai castellieri che sorgono più o meno evidenti, più o meno accessibili sulle alture dell’isola, databili dal paleolitico fino all’Età de Bronzo (3500-1200 AC). La civiltà dei Castellieri è molto diffusa in Istria, Friuli, Costiera Triestina ma presente anche nella Provenza in Francia. (Per F.Braudel la civiltà mediterranea nasce sulle montagne per poi scendere alla costa principalmente durante il periodo romano).  Gli insediamenti presentano metodi di costruzione dei muri a secco che si assomigliano fra di loro e servono di difesa ma anche per limitare zone di coltura e pascolo. Nell’isola i castellieri sono numerosi, C.Marchesetti (archeologo triestino) nel 1924 ne enumera 14 “numero certamente inferiore al reale” e così si esprime in merito al loro valore: “nei castellieri si racchiude la storia del nostro paese, ch’essi gelosamente ci conservano attraverso la lunga serie dei secoli. Veramente reliquie d’un tempo remotissimo essi dovrebbero essere riguardati quali monumenti intangibili, sacri a quanti sentono l’amore e la dignità della propria terra”.

Rovide di una chiesetta sul castelliere di S.Bartolomeo.Foto O.Markovic

Rovine di una chiesetta sul castelliere di S.Bartolomeo.Foto O.Markovic

  1. Stražičić (1977)ne conta una settantina, ma solamente alcuni sono stati studiati attentamente. Quelli osservati a Vela Straza, Skulki, Halm e Pukonjina presentano imponenti muri che circondano quello che una volta era la parte abitata della località. La tecnica di costruzione usata per erigere queste muraglie e quella detta a “sacco”: due muri paralleli le cui facce esterne sono costituite da grossi macigni nel mezzo riempiti di pietrame, paragonabili all’ attuale muro doppio.

Il maggior numero di castellieri si nota nella parte centro -meridionale dell’isola ma divisi in due direzioni longitudinali: una all’interno nella parte più larga e l’altra più vicina alla costa occidentale.

Distribuzione dei caastellieri sull'isola secondo N.Stražičić.

Distribuzione dei caastellieri sull’isola secondo N.Stražičić.

Nella parte meridionale e settentrionale sono meno numerosi anche se alcuni di notevole importanza per la loro posizione strategica come sul monte Sis ( 638m.) e S. Bartolomeo (314m.) sopra il centro cittadino. Un dato di notevole importanza è rilevato dall’archeologa Jasminka Ċus-Rukonić che osserva come questi insediamenti sono posizionati una dopo l’altro “come maglie di una catena, questa struttura si ripete lungo i plateaux montagnosi, le sommità delle colline e le cime delle montagne …”

Le ragioni di un tale posizionamento, la gerarchia dei castellieri rispetto a grandezza e distribuzione sul territorio ed una cronologia fra le due “catene” non sono al momento state]oggetto di indagine. Possediamo, riguardo alla datazione, un commento del Marchesetti sull‘esito degli scavi “una grande uniformità ci presentano i manufatti raccolti, sicchè dobbiamo ammettere una notevole arcaicità di questa stazione” e un’affermazione dell’archeologo, riportata da Paola Cassola Guida, il quale “sosteneva con tenacia la maggior antichità degli insediamenti fortificati delle isole del Quarnero rispetto a quelle del Carso Triestino”.

Sarebbe di grande rilievo conoscere a quale epoca, nel corso del processo di civilizzazione preistorica durato 15 secoli, appartengono i castellieri chersini. Studi recenti considerano la civiltà dei castellieri un passo importante nello sviluppo sociale e culturale umano sostenendo che essi siano stati determinati nel colonizzare ed “addomesticare” il paesaggio. In diversi studi basati su differenti esperienze geografiche si nota (come d’altronde anche a Cherso)” l’abbattimento dei boschi, in prossimità degli insediamenti sulle alture, per l’uso della terra, in primo luogo, ai fini della pastorizia. Dalle ricerche fino ad ora condotte si deduce che la costruzione delle grosse muraglie, delle terrazze, dei tumuli (per le sepolture e come limiti agli abitati) ed altre grandi strutture, abbia richiesto una organizzazione sociale più avanzata di quella del periodo pre-castellieri. Particolare attenzione va rivolta alla grande quantità di tumuli sparsi sul paesaggio nelle vicinanze dei castellieri o entro la loro cinta.(1)Ricerche paletnologiche condotte in Friuli ed Istria ritengono questi tumuli essere siti di sepoltura ed inoltre a causa della loro collocazione segni di confine per un abitato .

(1)Alla luce di recenti scoperte (2015) compiute da ricercatori americani e danesi basate su studi genetici (DNA) di antichi campioni, hanno portato all’individuazione di una popolazione fantasma non prima conosciuta “gost population” una ANE (Ancient Northern Europeans) composta dalla fusione fra Cacciatori-Raccoglitori ed agricoltori del Medio Oriente. Denominata Yamnaya si è sparsa, all’incirca 5000 anni fa, in seguito ad una forte migrazione nel Nord ed Est Europa. Una delle caratteristiche della cultura Yamna è la sepoltura in tumuli ed in fosse con il corpo in posizione supina e rannicchiato (“supine position with bend knees”). Gli scavi eseguiti da Marchesetti e De Petris su alcuni tumuli di Cherso presentano caratteristiche simili.

Da esigenze dettate dall’obbligo di una difesa comune del territorio ed una gestione del territorio stesso per il sostentamento si può dedurre che a quei tempi l’organizzazione sociale formata sulla base di famiglie allargate richiedesse la conduzione comune della proprietà. Una caratteristica isolana che permane a lungo nei secoli. Dalle ipotesi prese in considerazione e convalidate da altre ricerche si può calcolare che la popolazione di Cherso nel periodo preistorico fosse numerosa e disponesse di risorse sufficienti al suo sostentamento. La disposizione di vicinanza e comunicazione reciproca ha sicuramente giovato in frangenti di pericolo esterno ad una difesa comune. Il contrasto di queste tribù di Giapidi e Liburni ai Romani fu tenace ma vennero sconfitti nel 169 a. C. dal console Cassio Longino.

Può l’anno 129 a.C. con l’entrata in scena dei Romani, essere considerato come la data della fine della civiltà dei castellieri? Certamente no, le vicende storiche non si esauriscono a date precise ma possono servire come punti di riferimento a nuove fasi di civilizzazione conservando rilevanti caratteristiche del passato. “The later hillfort landscape can be understood as a combination of traditional landscape and progress coming with the Urnfield culture and Iron Age contacts with other regions []associate with the long term aspect of life in prehistoric Karst[(Novaković ) Nel suo complesso l’espansione dell’Impero Romano nel Mediterraneo porta ad un trasferimento delle popolazioni dalle zone montane verso la costa dopo il risanamento delle zone paludose delle foci dei fiumi e la fondazione di centri cittadini.

La civiltà dei castellieri non si estingue, gradatamente si estende e si trasforma in una civiltà in gran parte dedicata alla pastorizia. Gli abitanti i castellieri scendono a valle e gli animali ovini e caprini che pascolavano entro ai recinti circolari ed ellittici dell’abitato sulle alture, occupano col trascorrere dei tempi in maniera più estesa la parte centrale dell’isola. Il paesaggio culturale di questa zona dell’isola porta distintamente i segni di questa evoluzione. Vasti spazi racchiusi entro lunghissimi muri a secco.

Muri a secco per la pastorizia neo pressa di Belej Foto O.Markovic

Muri a secco per la pastorizia neo pressa di Belej Foto O.Marković 

2016-07-15-14-03-58 Lo stesso fenomeno si riscontra in altre parti dell’isola, zone di pastorizia si trovano sia al Nord in Tramontana che al centro, ma il rapporto evidente fra le due civiltà si evidenzia in quest’area centrale. Con riferimento a quest’attività produttiva si trovano anche i centri della pastorizia isolana: Belej, Hrasta, Orlez con strutture in pietra a secco che richiamano a questa economia. Il frontespizio  e le osservazioni contenute nel lavoro di Ugo Toić e Tanja Kremenić “Studija Krajobraza Otoka Cres” riportano in maniera emblematica le caratteristiche di questa parte dell’isola. (Il vero centro che regola, amministra e governa è però Ossero che si costituisce a primo centro decisionale con tutte gli attributi che lo definiscono come tale: residenza del conte, del vescovo, e consiglio cittadino. Gran parte dell’esercizio politico ed amministrativo ruota intorno alle proprietà dei pascoli alla concessione degli erbatici, alle terre comuni ed al conflitto che ne deriva fra tradizione antiche ed esigenze che risentono della pressione di influenze esterne.

Di quanto in dettaglio venga regolata la gestione della pastorizia e della sua importanza economica valga quanto si riscontra nello Statuto dell’Isola di Cherso ed Ossero. Lo Statuto ha una storia lunga che si estende fino al 1640, ma quello stampato ad Ossero nel 1441 si riferisce con certezza al primo che risale alla metà del XIV secolo (1332) che riporta usanze e regolamenti ancora più antichi.

Il III° libro degli Statuti tratta dei ”Pastori, Bravari, Danni datti e Bondi”L’ammontare delle pene, ad esempio, sono ancora impartite in bisanti (moneta in uso durante l’Impero Bizantino) che può anche essere riferita solo al nome della moneta e non al suo valore ma che comunque indica un rapporto ancora esistente con il passato.  Nei paragrafi che si susseguono si vedono regolati i rapporti fra pastore e bravaro, la comunità ed il proprietario, la vendita delle pelli, dei formaggi, delle bestie ammalate e ferite, dei danni alle serraglie, del taglio dei ginepri e della cura dei muri che producono ombra al bestiame,  dei risarcimenti per i danni alle vigne, ed annovera una quantità di norme riguardanti l’abbattimento dei boschi.

Paesaggio pastorale di Cherso. Foto O.Markovic

Paesaggio pastorale di Cherso. Foto O.Markovic

Le forme di governo e l’assetto istituzionale della comunità si adeguano sia alle tradizioni che al tipo dell’economia vigente. Le decisioni per la comunità vengono approvate ancora con il largo consenso della popolazione “conventus ante ecclesiam o conventus civium” (assemblea difronte alla chiesa) ad esempio per l’amministrazione dei beni dato che gran parte delle terre sono ancora di proprietà della comunità ed i proprietari dei greggi pagano l’erbatico all’interno di una società composta da famiglie allargate a struttura patriarcale. I conflitti fra gli isolani e gli agenti esterni nascono dalle esigenze esose da parte dei feudatari siano essi Bizantini, Ungheresi che Veneziani che si sono succeduti nel lungo periodo che va dalla metà del VI agli inizi del XV secolo; sono anche dovuti alla volontà di indipendenza ed autogoverno. Questa tradizione di indipendenza si protrarrà nei secoli, rimarrà sempre viva, anche quando si formerà il Comune di Cherso, sull’influsso di quello veneziano. Lo spirito indipendentistico e tradizionale sarà sempre presente in quella parte della popolazione che si considera portatrice di costumi di vita tradizionali e si definisce Universalità o Università in contrasto ad un’amministrazione oligarchica ed aristocratica.

Non va dimenticato che intorno alla pastorizia viene a formarsi un complesso di attività produttive e commerciali che durano anche quando l’economia di base si sposta verso l’agricoltura. Si conciano pelli, si producono formaggi ma sopra tutto dalla lana si ricava la rassa, una stoffa grezza che viene in maggior parte e in grande quantità esportata a Venezia  (nel 1500 per un valore di 1000 ducati) ma anche in altre località dell’Istria. Nel 1553 la lavorazione annua della rassa ammontava a 150.000 brazza (102.000 m.) secondo Giovanni Battista Giustinian, Procuratore).

Fattori interni quali: l’incremento della produzione agricola, l’aria malsana delle paludi circostanti ad Ossero, e quelli esterni dovuti principalmente agli interessi politici ed economici di Venezia per la conduzione delle gastaldie nella parte meridionale dell’isola portano a contrasti violenti tra Vescovo e Conte e ad un dislocamento del centro politico ed amministrativo da Ossero a Cherso. Ciò avviene ufficialmente nel 1458-60, ma molti anni prima già alla fine del 1300 e sicuramente dal 1409 con la vendita dei possedimenti dalmati da parte dell’Ungheria era già in atto un trasferimento di poteri, indirizzi economici ed abitanti, alla parte centrale dell’isola intorno alla baia di Cherso.

È nella zona collinosa soprastante il centro cittadino e zone limitrofe (da San Biagio a Nord fino a Buz nel Vallone a Sud) che si estende la grande quantità delle coltivazioni terrazzate. Non si conosce quando i primi terrazzamenti siano stati eretti, nessun documento ufficiale, nessuna cronaca parla del dissodamento della terra e dell’immenso lavoro messo in atto dagli zappatori  (kopać) chersini, (l’unica notizia reperita risale al 2/1 1778 e dice: “si dia facoltà al conduttor e di San Biagio di costruire una masiera doppia di passi 203 [353m.]e ugnola di 998 passi [1736m] a soldi 10 al passo per la prima e di 5 la seconda e due secchi di vino [21,5 l.] e da detrarre le spese dell’ammontare dell’affitto”). Non sarebbe comunque del tutto estraneo alla realtà dei fatti assumere che questa attività in gran parte di tipo agricolo possa essere iniziata dal decadimento di Ossero per le ragioni menzionate e dalla necessità di sostentamento per una popolazione in crescita nel centro dell’isola di Cherso. Fonti, per così dire indirette, ci forniscono le prove necessarie per porer affermare che una tale evoluzione abbia avuto luogo.

Un elemento di rilievo del trapasso fra pastorizia ed agricoltura e del cambiamento culturale ed economico in corso è costituito dalla Fraterna di San Lorenzo. È confermata storicamente l’esistenza e l’importanza della Confraternita di San Lorenzo situata nella località Lovrenski ad oriente del centro cittadino. La storia di questa località e confraternita presenta caratteri particolari sia per le sue origini che per la partecipazione a circostanze storiche nelle quali viene coinvolta. Già insediamento all’epoca romana, poi in proprietà comune di alcune famiglie allargate a regime patriarcale (brastvo) è sempre stata confraternita molto ricca per i suoi animali e per la produzione della lana, dei formaggi e del vino ed in diverse circostanze chiamata ad aiutare economicamente la Magnifica Comunità di Cherso. Il paesaggio rurale in questa località è ora coperto da boscaglia ma i segni di attività remote e più recenti sono evidenti.

Sono del parere che la zona terrazzata della parte centrale dell’isola rappresenti storicamente un cambiamento epocale, e se vogliamo, uno sviluppo non solamente nell’indirizzo di un economia agricola ma anche nella divisione della proprietà ed il passaggio da una gestione  della terra da comune a privata; sarà proprio questa divisione a dare quell’impronta peculiare al paesaggio con gli innumerevoli menik,menicić,muri a secco, terrazze, mulattiere, sentieri, klanez, pocivalić,barbacani, muri “doppi” e “ugnoli”, vrtić (giardinetti con una sola pianta) e gradini d’ingresso alle terrazze, etc. che non sarebbe stata possibile nel contesto di una proprietà in comune o con le caratteristiche del latifondo a conduzione feudale.Vrtic (giardinetto) Realtà e poesia. Foto T.Bommarco

(giardinetto) Realtà e poesia. Foto T.Bommarco .

Per tradizione e per solidità economica i grossi proprietari terrieri legati in maggior parte alla nobiltà e ad alcuni cittadini facoltosi possedevano le loro terre nelle zone ricche di boschi e di terreni arabili all’estremo Nord (Tramontana) e al Sud dell’isola (Križa) nelle così dette stanzie. Il bosco richiede una disponibilità di capitali che solo i ricchi di Cherso potevano permettersi. Alcune famiglie (i Petris) erano anche proprietari della zona agricola più ricca di Cherso, il Pischio valutato nel 1687 a 970 ducati, l’estensione non è conosciuta, di certo era coltivata a vigneto nella parte contigua alla chiesa di Santo Stefano (l’attuale orto del Pischo).

La maggior parte delle graje, che si estendono nella zona centrale dell’isola, costituiscono al contrario il nucleo della piccola proprietà terriera quello dellavrtić più o meno povera. Un’ indagine, non approfondita nei dettagli, ma attendibile per conoscenze storiche, conferma che i territori in questione all’origine erano terre di proprietà del Comune, del Convento, del Capitolo della Collegiata, delle Confraternite ed anche di Venezia. All’inizio il fondo veniva dato in enfiteusi (a livello) al contadino per poi con il passare degli anni lui stesso o gli eredi ne divenivano i proprietari a tutti gli effetti.

Economia del suolo. Foto T.Bommarco

Economia del suolo. Foto T.Bommarco

In tutto questo processo di trasformazione le Confraternite di San Giovanni in Piazza, Sant’Isidoro, Corpus Domini, Madonna del Rosario, Maria Maddalena, ( per nominarne alcune) hanno avuto un ruolo centrale per l’evoluzione dell’agricoltura e la creazione del paesaggio umano. Non potendo le confraternite, secondo le leggi veneziane, essere proprietarie di beni immobili, gli appezzamenti venivano ceduti in affitto o venduti a coloro che potevano coltivarli o comperarli (livelli francabili). Sia nelle compere che nei casi di enfiteusi concedevano inoltre prestiti agli interessati. Come garanzia veniva richiesta, a seconda della somma, l’ipoteca su di un bene immobile e la garanzia di due pieggi (garanti). Si viene così a sapere dalle Conferenze delle Confraternite nei Libri dei Consigli di Cherso i nomi delle persone che facevano i prestiti il tipo di proprietà che impegnavano come ipoteca, i nomi dei pieggi, e l’entità dei prestiti che a volte servivano per riscattare le migliorie che avevano fatto sul fondo. Il movimento, in genere di piccoli capitali, è molto frequente dalla seconda metà del 1600 ai primi decenni del 1700 ed in ogni Conferenza delle Fraterne composte da popolani si concedono prestiti nuovi e si rinviano i pagamenti dei vecchi che permettevano, grazie alle lunghe scadenze, ai padri e nel caso agli eredi di conseguire la proprietà del terreno. La divisione dei terreni procede durante il XIX secolo, nel 1868 il 13/1 circa 700 cittadini si riversano in piazza per ringraziare la deputazione comunale di locare terreni incolti del patrimonio comunale per la coltivazione (in affittanza e mezzadria) probabilmente in località Gavsa. Nell’anno seguente vengono tratte a sorte 242 particelle a San Lorenzo con canoni d’affitto da 50 soldi a 5 fiorini.

L’immenso lavoro impiegato nell‘erezione delle muraglie dei castellieri, dei chilometrici muri a secco a protezione dei greggi e dei terrazzamenti per l’agricoltura: su di un terreno calcareo, sassoso e povero, non potesse essere realizzato che nell’ambito culturale di un isola da una popolazione fortemente legata a tradizioni secolari. Il singolare paesaggio umano riporta fedelmente la tradizione storica espressione di un continuo contrasto fra isolamento e civilizzazione.

 

 

 

Bibliografia

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